Quando qualcuno che ami ha un disturbo alimentare, non è solo lui che soffre. Tu, che lo accompagni ogni giorno, vivi una battaglia silenziosa. Ti alzi prima di lui, ti addormenti dopo di lui, conti le calorie, ti preoccupi per ogni boccone, ti senti in colpa se non fai abbastanza. E nessuno ti chiede come stai.
Il carico che nessuno vede
In Italia ci sono oltre 6,8 milioni di caregiver familiari. Di questi, molti assistono persone con disturbi alimentari come anoressia, bulimia o binge eating. Secondo la Società Italiana di Psiconcologia, il 40-50% di questi caregiver sviluppa sintomi di burnout entro i primi 12 mesi. Non è un caso. Assistere qualcuno con un disturbo alimentare è come camminare su un filo sottile: devi essere forte, ma non troppo; coinvolgente, ma non invadente; paziente, ma non passivo.La pressione non viene solo dal paziente. Viene dai nonni che dicono "ma perché non lo costringi a mangiare?", dai colleghi che non capiscono perché sei sempre stanco, dai medici che ti danno istruzioni senza chiederti se hai tempo per applicarle. E poi c’è il silenzio. Il silenzio che ti avvolge quando ti chiedono "come va?" e tu rispondi "bene" anche se dentro stai crollando.
Strumenti concreti che funzionano
Non esiste una soluzione magica, ma esistono strumenti provati. Uno dei più efficaci è il supporto strutturato. A Milano, lo Studio Psicologia Tencaventuri offre percorsi di 12 settimane che combinano formazione pratica e terapia di gruppo. I caregiver che partecipano riducono il loro carico emotivo del 35% in media. Come? Imparano a riconoscere i segnali di stress prima che diventino crisi, a stabilire confini chiari con il malato senza sentirsi colpevoli, e a usare tecniche come l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) per gestire l’ansia.Non serve essere psicologi. Basta sapere come respirare quando tuo figlio rifiuta il pasto. Basta imparare che non è colpa tua se non mangia. Basta capire che il tuo benessere non è un lusso, ma una necessità per poter continuare ad aiutare.
Gruppi di sostegno: la rete che salva
Un’esperienza che cambia la vita? Partecipare a un gruppo di supporto. Gli Alzheimer Cafè sono famosi, ma esistono anche gruppi dedicati ai caregiver di persone con disturbi alimentari. A Bologna, Roma e Milano, questi incontri settimanali offrono un luogo dove puoi dire: "Ho pianto perché mio fratello ha buttato via il cibo per la terza volta questa settimana" e nessuno ti giudica. Secondo uno studio dell’Università di Palermo, il 67% dei partecipanti segnala una riduzione significativa del senso di isolamento. E non è solo un sentimento: è un fattore di sopravvivenza.Ma cosa fare se vivi in Calabria o in Basilicata, dove i centri sono a più di 100 km di distanza? La risposta è online. Nel dicembre 2025, il Ministero della Salute ha lanciato Caregiver Connect, una piattaforma con 8 percorsi psicoeducativi gratuiti. Puoi seguire le lezioni la sera dopo aver messo a letto tuo figlio, durante la pausa pranzo, o mentre aspetti che la terapista arrivi. Sono video di 15-20 minuti, con esercizi pratici, script da usare con il malato, e moduli per registrare il tuo stato d’animo.
Il tempo per te non è egoismo
Molti caregiver credono che il loro dovere sia essere sempre disponibili. Ma la realtà è diversa. Uno studio dell’Università Cattolica di Roma ha dimostrato che chi riesce a dedicare almeno 15 minuti al giorno a sé stesso - anche solo per camminare, ascoltare musica, o stare in silenzio - riduce lo stress del 28%. Non serve un massaggio o un viaggio. Serve un momento in cui non sei il caregiver. Sei solo te stesso.Ma come trovare questi minuti? Non puoi aspettare che qualcun altro li crei. Devi costruirli. Un’idea: chiedi a un parente di sostituirti per due ore il sabato pomeriggio. Usa quel tempo per uscire, fare una doccia calda, o semplicemente sederti senza fare niente. Se non c’è nessuno, chiedi un’ora di assistenza professionale. Il costo? Circa 15-20 euro l’ora. E se non puoi permettertelo? Contatta le cooperative sociali del tuo territorio. In Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, molti servizi sono gratuiti o a costo simbolico.
La tecnologia non sostituisce l’umano, ma lo aiuta
Nel gennaio 2026, è partito Human AssistCare, un’app che misura il tuo stress in tempo reale. Non tramite domande, ma tramite il battito cardiaco e i pattern del sonno. Se l’app rileva che sei in sovraccarico, ti invia un promemoria: "Hai dormito solo 4 ore ieri. Prova a fare 5 minuti di respirazione ora." Non è un sostituto del terapeuta. È un alleato. Come un termometro per la tua salute mentale.Ma la tecnologia non risolve tutto. I caregiver che partecipano a gruppi in presenza riportano un livello di benessere più profondo. Perché? Perché toccare una mano, condividere un silenzio, vedere negli occhi di qualcuno che ti capisce - questo non lo può dare un’app. Per questo, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha stanziato 150 milioni di euro fino al 2027 per costruire centri di supporto anche nelle zone più isolate.
Quando chiedere aiuto non è debolezza
La verità è questa: nessun caregiver può farcela da solo. E non è colpa tua se ti senti stanco. Non è colpa tua se hai paura di perdere il controllo. Non è colpa tua se a volte vorresti scappare.Chiedere aiuto non è un segno di fallimento. È l’unico modo per continuare ad amare senza distruggerti. La Dott.ssa Maria Massironi, responsabile del Centro Demenze di Humanitas, lo dice chiaro: "Supportare il caregiver sin dagli esordi della malattia è il fattore preventivo più importante contro il burnout."
Se stai leggendo questo, probabilmente sei già in prima linea. Non aspettare di crollare per chiedere aiuto. Non aspettare che qualcuno ti noti. Vai su Caregiver Connect. Cerca un gruppo di supporto vicino a te. Parla con il tuo medico. Prova a parlare con un amico. Anche solo una volta.
Il tuo benessere non è un optional. È la base su cui si regge tutto il resto. Senza di te, non c’è cura. Senza di te, non c’è speranza. E tu meriti di stare bene, anche mentre aiuti qualcuno a stare meglio.